Mi sono vissuto tutta la vita
che ormai scrivere autobiografie
è come fuggire in un silenzioso
attimo fatto di specchi,
annodare risposte
a tralicci incrostati di menzogne
per sorgere forse oltre ogni notte
per sapere di nuovo
che a sciogliere la primavera – chissà
se come ricompensa
ci daranno altro tempo -
eravamo due passati remoti,
occhi messi di sbieco
a giurare di non guardarci dentro
mentre l’annuncio suonava – nei testi
era scritto con lettere mortali -
sulle nostre lapidi:
per ammuffire – ne annuso l’aroma
di gomma vecchia – ogni tuo sorriso
sotto i soli di novembre distratti
ti bastava solamente ammirare
qualche forse distante
troppo lontano per essere vinto
da labbra così calde
da non riuscire nemmeno a toccarsi.
Profezia
Postati in Le vie dei canti su 25 marzo 2012 da altyerreDove sei (irraggiungibili ormai)
Postati in Le vie dei canti su 17 settembre 2011 da altyerreDove sei? Ti ho persa. Dove sei? Te l’ho detto, che senza te non è più divertente guardare le stelle? Te l’hanno detto che ho ricamato domande sudate sulle tue ciglia fredde? Un giorno pensavo che felicità era baciarti almeno una volta, che non ci potevo fare niente, la mia vita era stravolta, a immaginare di regalarti sorrisi spontanei, a costruire certezze sopra timori eterogenei. Non mi ricordo i tuoi sogni, non sento più il tuo profumo, quanti anni avevi la prima volta che hai sorriso a qualcuno, com’era il tuo sguardo mentre mi fissavi negli occhi su una spiaggia fredda, in una sera di mezza estate. E sto qui a chiedermi che nomi ci saremmo potuti dare tra dieci anni, come affrontare la notte insieme ancora una volta, con che armi combattere la mezza età che avanza e le stagioni fredde dentro ai nostri cuori scoperchiati. Che se avessimo aspettato ancora un istante ad alitarci addosso brandelli dei nostri passati forse avremmo potuto scrivere un altro racconto, avremmo disegnato un altro tramonto sulle nostre iridi. E adesso saremmo seduti insieme su un muro a secco a contare le foglie cadute in autunno, a indovinarne i colori con gli occhi bendati, a passar fra le dita i tuoi capelli annodati. Avrei potuto dirti ancora arrivederci, e sorridere di nascosto sotto al cappuccio, scarabocchiare post-it e appiccicarli ai muri per ringraziarti del trucco, ma adesso è tardi amore, adesso è tardi per rimpiangere i silenzi, le cene della domenica fatte con gli avanzi, ora che siamo mano nella mano e non siamo mai stati così distanti. Irraggiungibil ormai.
Mi manchi e mi mancherai per sempre, questa è l’unica verità.
Perché noi vogliamo contare
Postati in Lotte su 20 agosto 2011 da altyerreL’anima precaria non nasce da un contratto, ma da un’educazione lenta e meticolosa. Essa è prodotto della tecnologia dell’obbedienza, improvvisazione di insicurezze geneticamente modificate, che trova la sua concretizzazione nella paura sempre rinnovata di non potersi autodeterminare. A questo si accompagna la competitività tipica del nostro tempo, che fa da impalcatura alla genesi della diffidenza interpersonale: se vivo in un mondo dove tutti sono contro di me, dovrò cavarmela da solo, e per questo sarà meglio non fidarsi di nessuno. Questa idea, che è più un modello inconscio che un pensiero esplicito, si realizza nel distacco e nella difficoltà a costruire relazioni serene, che abbiano cioè solo la coppia, o il gruppo, come focus del proprio sforzo. Il “Che ne sarà di noi” è stato sostituito da un più egoistico “Che ne sarà di me”, perché l’istinto di autoconservazione è l‘unica forza capace di guidare l’essere umano nella jungla della precarietà esistenziale imposta dall’attuale modello di sviluppo. Da un lato quindi, la frammentazione dell’individuo che determina anche la scissione della volontà in piccoli nuclei autonomi votati alla sopravvivenza, con la conseguenza di smarrire una visione olistica dell’esistenza e della partecipazione ad una collettività. Dall’altro, l’abdicazione dello Stato, che è ormai incapace di esercitare sovranità, garantire diritti, prendere decisioni politiche in controtendenza rispetto alla volontà dei mercati. Il risultato è l’isolamento della persona, l’annichilimento della speranza, che come in Baudelaire è ormai solo un timido pipistrello che sbatte la testa sul soffitto di un’umida prigione. I giochi della politica nazionale e locale si concentrano sugli schieramenti, sulle coalizioni, sui leader, mentre il Paese reale crolla sottoposto alla pressioni della BCE, delle agenzie di Rating, del Fondo Monetario Internazionale. Di fatto è ormai evidente la sempre maggiore inadeguatezza della democrazia rappresentativa come forma di governo, per la sua incapacità di controbattere al processo globale di svilimento dell’individuo e di speculazione sulla povertà. Quando il dibattito si riduce a uno scontro fra interessi e fazioni, la soluzione più semplice è certamente quella di individuare degli idola sui quali rifarsi, dei capri espiatori corporei e tangibili ai quali attribuire la responsabilità di ciò che accade. “La Casta” è allora soltanto la rappresentazione fisica di qualcosa di più subdolo e sottile, di più lontano e delocalizzato, irraggiungibile. Ma se è così, quale può essere la via di uscita da questa crisi, che è economica, finanziaria, politica, sociale? Se incidere sui processi politici è vano, perché le istituzioni sono ormai diventate, sulle decisioni più rilevanti, semplici esecutori che traducono nel locale una volontà altra, dei passacarte delle diseguaglianza imposte, ha senso costruire un’alternativa politica alla crisi? Per rispondere analizziamo tre aspetti, che sono collegati fra loro con un doppio filo: la partecipazione popolare ai Referendum, l’appiattimento delle prospettive politiche esistenti, il livello di radicalità dei movimenti.
1) I Referendum popolari dello scorso Giugno hanno rappresentato per la prima volta una vittoria del comune sul modello neocapitalistico di gestione delle risorse. La privatizzazione necessaria, la libertà del mercato e l’esternalizzazione dei servizi pubblici in nome del profitto sono stati i punti chiave sui quali sono state portate avanti negli ultimi vent’anni tutta una serie di politiche economiche precise, in un quadro generale coerente con la volontà del mercato globale. In questa lotta un ruolo fondamentale è stato giocato dalla società civile, dalle associazioni, i forum, i movimenti. La partecipazione, trasversale all’appartenenza o vicinanza a partiti, è stata massiccia e ha incluso l’ignorare le linee dettate da questi, portando anche molti elettori di centrodestra alle urne. Questo ha messo inoltre in luce la schizofrenia dei partiti e delle organizzazioni, che non riuscivano a prendere una posizione definitiva e concreta su problemi reali come quelli oggetto del Referendum: il PD e Repubblica, che a Marzo elogiavano la Legge Ronchi, a Maggio si sono trovati di colpo costretti ad appoggiare i movimenti per l’acqua, per non andare contro alla volontà della grandissima parte dei loro (e)lettori. La più grande conquista di questa vittoria è stata davvero la capacità di unire il popolo in una battaglia culturale prima che politica, con il risultato di invertire il senso delle politiche economiche degli ultimi vent’anni e riappropriarsi di un bene comune. La militanza quotidiana, l’unire vecchie e nuove pratiche di lotta, conoscersi politicamente stando fianco a fianco nelle piazze ha permesso di ricostruire un senso comune, un interesse generale, e quindi la volontà di fare politica, essere politici, con le nostre azioni, ogni giorno. Nello stile del più classico I Care di Don Milani.
2) In barba all’esito referendario, che, come abbiamo visto, rappresenta un passaggio di non ritorno sulla strada della partecipazione e un’indicazione netta e precisa, non ignorabile, del popolo relativamente al modello di gestione dei beni comuni, tutte le forze politiche hanno subito lavorato per cancellare questa volontà. Nell’arco di un mese si è cominciato a parlare di inserire nella costituzione il principio del pareggio di bilancio e della libertà assoluta di impresa, e questa proposta, com’era ormai prevedibile, ha trovato molti sostenitori anche nei partiti di opposizione. In tempi di crisi bisogna scegliere di investire in diritti, sostegno alla povertà, creazione di nuovi posti di lavoro, e questo va fatto anche a discapito del bilancio statale, che può andare in disavanzo, come è accaduto in molti Paesi nel corso dell’ultimo secolo. Oggi sembra che questa parte della storia sia stata cancellata, e si propone, nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di investire, di mettere nella costituzione una norma che lo impedisce. La proposta è, in altre parole, l’ammissione chiara di un ordine di priorità nel quale il popolo è meno importante del raggiungimento forzato del pareggio di bilancio. Questa volontà era già chiara con le politiche finanziarie di questi ultimi anni, che hanno visto tagli insostenibili ai più disparati settori della società: 1,8 miliardi in 5 anni all’Università, tagli insostenibili alla Scuola e agli ammortizzatori sociali (lasciando la famiglia come unico sostegno reale ai giovani), diffida per le amministrazioni locali che gestiscono i servizi municipalizzati senza affidarli ai privati. Tutto questo lasciando inalterati i finanziamenti agli entri privati (o addirittura aumentandoli), non toccando le aliquote ai redditi più alti, non intervenendo sulla tassazione delle rendite finanziarie, permettendo a chi ha patrimoni nei paradisi fiscali di sanare la propria situazione pagando una tassa infima. Insomma, la scelta è molto chiara, e va nella direzione di allargare la forbice fra i ricchi e i poveri, facendo pagare la crisi voluta dai primi quasi completamente ai secondi, ottenendo, al contempo, di dividere, separare, frammentare, isolare. Introdurre la precarietà dentro all’anima, renderla da aspetto lavorativo un fondamento dell’esistenza, creare una generazione senza prospettive, accomunata solo dalla cifra della propria precarietà.
3) L’ultimo tassello è dato dal livello di radicalità dei movimenti di quest’anno, che è stato ben maggiori di quelli registrati recentemente. Guardando al movimento universitario che lo scorso autunno ha portato in piazza centinaia di migliaia di studenti per opporsi alla Legge Gelmini e confrontandolo con l’Onda, la mobilitazione del 2008 contro i tagli, si nota subito un’evoluzione che investe la presa di coscienza e la determinazione dei partecipanti, accompagnata da un nuovo livello di pratiche di azione e di lotta. Studenti che due volte alla settimana partecipano a cortei, occupano binari, si incontrano in assemblee per opporsi a cose apparentemente “lontane” dal toccare il loro piccolo orticello: privati nei CdA degli atenei, diminuzione della rappresentanza studentesca, aumento dei poteri dei rettori; qualcuno che non ha partecipato ai movimenti degli anni ’90 si chiederebbe: ma chi glielo ha fatto fare a una generazione intera di scendere per le strade “soltanto” per questo? Io credo si tratti di guardare al quadro d’insieme: non solo la Riforma Universitaria, ma anche i tagli al diritto allo studio, la condizione di povertà sempre più spinta delle famiglie, la prospettiva di una vita precaria; tutto ciò ha condotto così tanti giovani a ragionare in modo ampio, a protestare contro qualcosa di più di una semplice riforma, a scendere in piazza indignati per reclamare un futuro che gli è stato rubato. E in quelle piazze si sono dati da fare in maniera proporzionale alla gravità percepita del problema: se sono senza futuro pianifico azioni più forti e nette e ho meno paura di portarle avanti. Esattamente all’opposto è la risposta che è venuta dalla CGIL, che ha scelto di convocare una giornata di sciopero generale di 4 ore con 4 mesi di “ritardo” rispetto a quando i problemi dei lavoratori erano all’ordine del giorno dell’agenda politica. Militanza e perseveranza da un lato, risposte sporadiche dall’altro.
Come si può allora costruire una risposta politica alla crisi che sappia essere organica e radicale? Partendo da quando detto la soluzione sembra essere legata a una dimensione di mobilitazione dal basso, sovranazionale, alternativa, continua.
Dal basso, perché chi oggi detiene le redini dei mercati è inarrivabile, mascherato dalle scelte di palazzi gerarchicamente subordinati che vanno dall’Unione (Economica) Europea ai parlamenti nazionali, fino alle amministrazioni locali, in un tam-tam di scelte obbligate e di decreti firmati con le mani legate. Senza contare che molti condividono queste scelte e che anche chi non le fa proprie non potrebbe efficacemente opporvisi. Serve allora che siano i cittadini a riconquistarsi un ruolo politico attivo, non semplicemente con movimenti mediatici di avanspettacolo contro questo o quel presidente, né con lotte e battaglie coordinate e indirizzate da quegli stessi partiti che per non sbagliare si adeguano alla volontà dei mercati. Quello che serve è un movimento prima di tutto culturale che sappia rimettere al centro la persona, non come semplice detentore dell’iniziativa economica libera ma come soggetto politico capace di autodeterminarsi.
Sovranazionale, perché se il problema è globale non si può pensare di risolverlo assediando i parlamenti nazionali, o almeno non soltanto. Come già detto, le istituzioni locali sono sempre più svuotate di potere a vantaggio di entità de localizzate e inaccessibili. È impossibile, allora, pensare a un movimento capace di ribaltare le logiche del “capitalismo totale” senza passare per una dimensione internazionale. Questa non deve essere soltanto una rete di confronto e scambio, ma una vera e propria globalità in movimento, in contrapposizione al modello di sviluppo imposto che degrada l’uomo a suddito del mercato. Si diceva durante gli anni che portarono a Genova 2001: pensare globale, agire locale, intendendo che il fil rouge che unisce le lotte territoriali è un’analisi condivisa a livello generale.
Alternativa, perché questa generazione non sta giocando; sono adulti che sanno bene cosa li aspetta nel futuro delineato da questo sistema. Alternativa, perché chi protesta non lo fa per divertimento ma per imporre un sistema diverso, che deve necessariamente passare per la discussione e la condivisione, ma che mette alla base un modello di sviluppo sostenibile per l’uomo e per l’ambiente, l’allargamento dei diritti e della tutela delle fasce più povere della popolazione, la ripubblicizzazione dei beni comuni (acqua, energia, trasporti, saperi), il superamento della democrazia rappresentativa verso un sistema di allargamento della partecipazione e di condivisione delle scelte politiche, soprattutto nella direzione di un federalismo Europeo delle nazioni e la costruzione di un’Europa politica prima che economica.
Continua, perché la precarietà che attanaglia gli individui, il lavoro che non c’è, il licenziamento facile, la paura di non riuscire a realizzarsi, la frammentazione dei rapporti personali, l’isolamento politico sono problemi che investono la totalità dell’esistenza dell’uomo, non disturbi intermittenti ma spade di Damocle perennemente pericolanti che hanno educato un’intera generazione alla paura di vivere. Per questo ogni forma di mobilitazione e opposizione, di protesta e di azione, dovrà essere organica e duratura, capace di affiancarsi alla vita quotidiana e di diventare allo stesso tempo l’espressione di un disagio non più tollerabile e la motivazione che spinge chi protesta all’unità.
Perché abbiamo capito che le cose non stanno così per necessità, che dietro a ogni scelta c’è un responsabile. Perché siamo stufi di sopravvivere e di abdicare alla nostra dignità in cambio del pane. Perché noi vogliamo contare.
Spazi bianchi
Postati in Le vie dei canti su 17 febbraio 2011 da altyerreSe mi chiedi cosa mi scorre nelle vene in quest’ultima ora che mi separa dalla notte
ti rispondo coltelli e lame affilate, gemiti ruvidi strascicati sul sipario della morte
non è che non voglia coccolarti o tenerti vicina al mio petto per cantare insieme inni alla solitudine
è una sottile paura che viscida si fa strada fra le tue labbra e il mio orecchio
accarezzando il canto del tuo inverno abbrustolito sui rosai spenti del silenzio
e nel mio cuore rimbomba e scoppia e screpita un tumulto frastornato
la delusione con un rimbombo affannato si scioglie innocua sulle mie lapidi stanche.
Polvere in mano e negli occhi quando da lontano guardo al tuo orizzonte
così simile al mio, così diverso nel tuo insicuro ripeterti consolazioni esauste
assonnati sospetti prendono attoniti le distanze da ogni esclamazione fuorviante
sospiro ebbro di sangue e di vino addormentato sulla soglia del tuo portone
dimenticato nella fretta delle piazze straripate e delle promesse non mantenute
del tuo essere uno specchio arruginito della tua malinconia fugace e distante
saremo io e te e mille altri nomi in mezzo ai nostri e sulle altre righe spazi bianchi.
Vocaboleria
Postati in Narrazioni, Sangue e polvere su 23 gennaio 2011 da altyerreImmaginati una goccia, che istante dopo istante scava incessante una strada nella tua mente, un cavalcavia sopra i percorsi innati del pensiero. Ecco, io ho iniziato a pensarci un giorno che stavo viaggiando in macchina sulla A4, direzione Venezia, alle cinque di pomeriggio di un inverno ghiacciato. Sto lì appoggiato al finestrino con la testa, a farmi cavalcare dalle vibrazioni ritmiche del vetro, quando, fra uno sbadiglio e uno sguardo perso verso il guardrail, mi accorgo delle luci dei lampioni. Scivolano via, penso, e mi rendo subito conto che la parola che ho scelto, nella mia mente, per incarnare il pensiero in una forma palpabile, è un best seller del mio vocabolario della malinconia. Proprio così, mi dico, se mi concentro sul repertorio linguistico a disposizione nella mia testa sotto la voce “nostalgia, tristezza da contemplazione e affini” , trovo uno scaffale enorme con una trentina di parola appoggiate sopra, e un cumulo di vocaboli polverosi ammassati ai piedi della grande libreria. Ora pensa per un attimo a questa immagine: ti trovi in una di quelle situazioni cariche di un pathos emozionante, formidabile nella sua capacità di inondarti l’animo di una sofferenza leggera, temperata, quasi attraente. Prendi tempo, mettici tutto quello che può servirti: un’immagine dai colori tenui, una musica che sappia pescare fra le turbolenze del tuo pensiero confuso. Adesso metti in ordine le idee davanti ai tuoi occhi, e scegli le parole che useresti per condividere lo stato d’animo che ti pulsa dentro. Non ne hai molte vero? Beh, forse qualcuna in più o in meno di quelle che posso trovare io, ma entrambi orbitiamo in un universo ridotto ai minimi termini, collassato su sé stesso per l’urgenza di trovare una via di fuga al sentimento che ci scoppia dentro e deve sfogarsi prima di risucchiare il cervello in una morsa inespugnabile di pazzia. Siamo figure indefinite che contemplano ossessivamente la loro immagine nei frammenti del passato, trovando soltanto un’aberrante deformazione del loro contorno incompleto. Eppure questa via ci sembra comoda, è il sentiero preferenziale per raggiungere rapidamente un’instabile tranquillità. Mentre mi chino sui vecchi termini ingialliti abbandonati ai piedi dello scaffale imponente, penso a com’è difficile combattere per vivere, a come vorrei sapere affrontare questa sfida senza nascondermi nelle trincee lastricate scavate come scorciatoie nel campo minato della mia consapevolezza. Ma è un istante appena, prima della botta in testa. Non so se sia stato il vecchio mobile di mogano, o le parole più pesanti appoggiate ai suoi ripiani, a cadermi addosso. Sento solo un forte bruciore diffuso, e le pareti del cranio che rimbombano il suono di un distensivo vuoto nuovamente ricostruito. Scorgo al mio fianco una parola ingombrante che giace esausta sul pavimento freddo. Silenzio. Come la notte che penetra i miei occhi fino alla mia immaginazione sussultante, per disegnare altre lastre di granito bagnate di rimorso. Vibra forte il vetro, contro la mia fronte, al di là dell’oscurità frammentata dalla luce dei lampioni, che scivolano via, verso l’oblio di altre memorie.
Urgenza
Postati in Le vie dei canti su 19 gennaio 2011 da altyerreClicca qui per la melodia di sottofondo adatta.
Porto un nome inciso negli occhi
una parola da indossare con discrezione
nei passi di nebbia
come passione sciolta
mi ricorda un’emozione antica
malinconia del futuro,
di un avvenire profano,
intessuto di fatica spietata,
trafelato e ansimante
che non sa più respirare
in nessuna direzione.
La terrà soffice massaggerà ancora
questi pensieri stanchi?
Paure stravolte addormentate
nelle pieghe dell’immaginazione,
silenziosi fra le dita i ricordi
danzano sinistri
finché non resta che tempo,
da contemplare misterioso,
tempo,
malandato inquisitore,
tempo.
Di ciò che non ha più la forza
di pronunciarne il tuo nome potente
resterà un’ombra slavata
disciolta nell’intimo tramonto
del rudere avvizzito della memoria.
Quel giorno temibile
la cui alba non avrà mai veglia
è già dentro ai nostri sguardi:
ci siamo persi
e con noi la voglia
di assaporare speranza.
Ingiallita,
come vecchie pagine
la nostra gioia
sgretolata fra le mani dell’eternità
non resta che polvere, a terra
e la memoria di un quotidiano oblio.
Cento grammi d’apocalisse
Postati in Le vie dei canti su 18 dicembre 2010 da altyerreQuando la neve che imbianca la strada
è uno specchio per la tua malinconia
l’inverno è dentro la tua anima
è inutile nascondersi nella fretta
se sei diventato un ricordo
freddo e dolce come il sangue
su quella pietra, sulla tua pietra
cento grammi d’apocalisse.
Entra in simbiosi con una nuvola
di polvere e di grida che sorvola i suoi jeans
oltre i confini di ogni brezza di passione
non c’è salvezza se resti solo uno sguardo
nella tempesta di autocommiserazione
e vetri rotto intorno alle tue labbra
non ti scaldano i polmoni con il sangue
giocheremo ancora a farci male.
Han cementificato la monotonia
sopra il tuo petto ricamato a giorno
mi han reso sordo a ogni tuo sorriso
mentre ero in attesa per un po’ di novità
fra sguardi persi di generazioni morte
prima ancora di imparare a stupirsi
bisogna cominciare a precipitare
nella nebbia assaporando il silenzio.
E’ come scommettere sul tuo universo
avendo rinunciato a scegliere
sarà stato un caso a farti vivere
o ad accompagnarti nell’oblio
della tua spensierata autodistruzione
perché dovresti vendermi un motivo
quando ho già abbracciato ogni sconfitta
mi restano dei pezzi di marginale pazzia.